Quando la Natura non ti aiuta

10/03/2025

Autori: Beatrice M; Federica M; Manuel Z; Martina C; Pamela M.

Il titolo di questo tema racchiude in sè una visione antropocentrica della natura, che è vista come entità da domare, nemica, quando non in grado di soddisfare i bisogni dell’ uomo. Questo modo di intendere la natura si è modellato nei secoli in primis nei Paesi occidentali industrializzati, in cui il bisogno dell’uomo si incardina sul concetto della proprietà privata e nella idea che l’accumulo delle materie prime e lo sfruttamento delle risorse presenti in ambiente siano necessari non solo per la sussistenza ma per generare il profitto. Profitto e accumulo del capitale sono infatti i determinanti fondamentali per l’ascesa nella gerarchia sociale. Il modello occidentale è stato esportato e spesso imposto in tutto il mondo, permeando anche quelle popolazioni che con la natura hanno mantenuto fino agli anni più recenti una relazione di equilibrio, e reciproco vantaggio.

La compliance del territorio alla presenza dell’uomo è determinante in numerosi aspetti della vita delle persone che vi abitano.
C’è da considerare che la più grande piaga di questo secolo è sicuramente l’incipienza con cui il cambiamento climatico dà segno di sè, con fenomeni sempre più macroscopici e frequenti (desertificazione, innalzamento del livello del mare, alluvioni..): la frequenza con cui avvengono questi fenomeni coglie impreparato l’uomo ad ogni latitudine.

Gli spostamenti da un luogo all’altro sono spesso necessari per accedere a dei servizi primari, come quelli sanitari, e in un paese in cui la presenza di infrastrutture è generalmente carente, ciò può essere un fattore di isolamento. Ad esempio, i villaggi colpiti dalle alluvioni durante la stagione delle piogge si vedono improvvisamente impossibilitati a raggiungere le strutture assistenziali per il rifornimento di farmaci.
Ma ciò non riguarda solamente gli spostamenti temporanei. Le alterazioni climatiche, che rendono meno vivibili le zone rurali, generano un esodo di abitanti dalla campagna alla città, aumentandone la densità di popolazione e favorendo una più rapida diffusione delle malattie infettive, come la tubercolosi.

L’agricoltura intensiva con i suoi metodi e scopi è un esempio del rapporto unidirezionale, assoggettante tra Uomo e Natura. Questo tipo di agricoltura, che pretende prodotto dal territorio a ritmi accelerati e sincopati e che piega le popolazioni che lo vivono allo stesso passo si sta rivelando fallimentare, o comunque non sostenibile sul lungo termine. Le comunità locali rurali del Senegal ad esempio conoscono il proprio suolo e le risorse agricole a cui possono attingere, e conservano e tramandano da secoli tecniche e saperi adeguandoli ai cambiamenti, una strategia evolutiva questa che la Natura stessa impone.

La possibilità di accedere a una dieta variegata, con l’aiuto di coltivazioni di alimenti più sani, è sicuramente un aspetto importante anche nella lotta alle malattie in una zona in cui la malnutrizione esiste.
Riuscire ad integrare l’esperienza agricola secolare delle popolazioni rurali con quella di agronomi e tecnici formati su moderne tecniche di agricoltura potrebbe essere a nostro modesto parere, la chiave per la resilienza agli effetti del cambiamento climatico, superando magari allo stesso tempo le criticità e i danni (in termini di depauperamento di risorse e di “capitale umano”) che l’agricoltura intensiva porta con sé.

Osservando l’azione di Stop TB nella piccola realtà senegalese con cui siamo entrati in contatto, abbiamo maturato una piccola riflessione: l’agricoltura biologica può essere poco funzionale e con risultati non soddisfacenti se il fine ultimo è generare quel profitto immediato da destinarsi al sostegno di un progetto sanitario che ha obiettivi epidemiologici abbastanza urgenti da raggiungere (vedi il contenimento dei cluster di tubercolosi dell’area). Tuttavia la filosofia che c’è dietro l’agricoltura biologica risulterebbe nell’insieme patrimonio culturale essenziale per intraprendere la via della sostenibilità e per sposare l’ecocentrismo, senza cedere ai soddisfacimenti effimeri dell’intensivizzazione e dello sfruttamento depauperante del suolo.

Chiaramente, le possibilità di spesa limitate, rallentano il percorso verso il raggiungimento del successo. Il progetto socio-sanitario di StopTB, con l’integrazione tra assistenza sanitaria e agricoltura, è una bellissima base di lancio verso l’autonomia delle popolazioni dell’area di Dioffior. La possibilità di creare un circolo che si autoalimenta sarà sicuramente un fondamento per permettere, seppur al momento in piccolo, una gestione che non dipende da aiuti esterni.
Nel contempo abbiamo trovato molto suggestivo il parallelo tra il progetto agricolo e quello sanitario dell’associazione: un approccio innovativo fondato sulla conoscenza delle risorse locali, la collaborazione reciproca e l’autonomia come obiettivo finale.
Per questo, più che tentare di piegare la natura che purtroppo non sempre viene incontro alle nostre esigenze, sarà in futuro necessario integrare ciò che già si ha con quello che potrebbe essere: conoscenze approfondite dei cultivar più resistenti all’aridità o alle precipitazioni copiose, sistemi di irrigazione più sostenibili e performanti, educazione della popolazione alla sostenibilità e al rispetto per la natura.

Beatrice M; Federica M; Manuel Z; Martina C; Pamela M.

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