Vincitori Premio Virchow 2025: “Pracatinat” di Michele Brignolo

03/05/2025

Il racconto di Michele Brignolo colpisce per l’equilibrio tra sobrietà stilistica e intensità narrativa, riuscendo a restituire con efficacia la profondità emotiva dei personaggi. La prosa asciutta, punteggiata da pause significative, lascia emergere con forza il non detto e il peso della malattia nella quotidianità. La struttura narrativa, essenziale ma calibrata, amplifica il valore simbolico di ogni gesto. Il testo emoziona per la sua capacità evocativa, costruendo un racconto che resta addosso. Per questo motivo è stato premiato ex aequo insieme al racconto Dalla Finestra.

 

Pracatinat

Carlén era stato male e quindi era dovuto andare in un ospedale lontano.

Solo quello aveva detto sua mamma e solo quello si sapeva in paese.

Di cosa si trattasse, non si sapeva. O meglio: tutti sapevano, ma ognuno una versione propria.

Giobbe diceva che non era niente, solo una brutta influenza e che la stavano facendo più grossa di quel che era; la Vale che gli avevano trovato una palla nella pancia; la Marta, la calzolaia, diceva che s’era spaccato la testa mentre aiutava lo zio a dipingere la casa; Iole, la sorella di Marta, era d’accordo con lei sulla diagnosi ma sussurrava che in realtà l’incidente se l’era fatto facendo il cretino con la bici per impressionare le ragazze.

Insomma, la voce si era sparsa e come succedeva sempre nel nostro paesino di 3000 anime (5000 contando le vacche), aveva subito preso vita propria generando supposizioni, congetture, critiche e suggerimenti maliziosi.

A me, ‘sti pettegolezzi non interessavano. Però ero preoccupato per Carlén.

Non posso dire che fossimo proprio amici, ma avevamo fatto tutte le scuole assieme e nelle lunghe ore di bus per la città, stipati in piedi in mezzo a braccianti e casalinghe che si avviavano al mercato, avevo imparato ad apprezzarne la natura aperta e schietta da una parte e apertamente ruvida dall’altra. Natura che lo aveva reso un solitario tanto a scuola quanto in paese.

Era però un bel pezzo di ragazzone con due braccia come tronchi d’abete e a quanto ne sapevo io era sempre stato il ritratto della salute, per cui questo malore tanto misterioso quanto improvviso mi aveva lasciato sorpreso e inquieto.

Questo timore non fece che accrescere dal giorno in cui arrivarono quelli del ministero a scuola. Piombarono all’improvviso un martedì mattina, nel mezzo della lezione di inglese, e iniziarono a chiedere a tutti in che classe era Carlén, con che amici girava, quali locali frequentava quando tagliava la scuola e millemila domande così. Parlarono a lungo col professore, ma con la porta chiusa nessuno riuscì a capire di cosa. Anche se Gigio, che dice di leggere il labiale, giura che dicevano solo ripetutamente che volevano essere sicuri che non fossimo “premurosi”. O forse “morbidosi”. Ma Gigio non lo ascolta nessuno, quello lì mente anche quando dorme.

Ovviamente dopo l’intervento del ministero le voci non fecero che moltiplicarsi e farsi più confuse e catastrofiche. Al bar di Mario qualcuno iniziò a dire che si trattava di peste (malattia sconosciuta nella realtà, ma ben presente nelle menti di tutti dalle prediche del parroco) scatenando il panico in diverse massaie che andarono a protestare dal sindaco per pretendere una campagna di eliminazione dei ratti. Insomma, non ci si capiva più niente.

Un giorno infine, dopo un mese, decisi di andare a casa di Carlén. Il babbo era mancato molto tempo fa, per cui a casa c’era solo la madre che mi accolse con grandi feste. Dopo qualche minuto di cordialità obbligatorie, le chiesi quindi infine cos’era successo al figlio.

“Eh… Carlén è stato male, tanto male. Una malattia brutta, brutta davvero. Io non ne capisco, eh. Però si vedeva. Ma adesso è nelle mani di dei dottori tanto bravi e si sta riprendendo”

“Ma quindi adesso sta bene? Torna presto?”

“Eh, bene non ancora. Ma meglio, meglio. Tornare non può, non ce lo lasciano. Dicono che gli serve l’aria quella buona, della montagna. Che solo con quella guarisce davvero e torna come prima, l’aria di qui giù non va mica bene. Ci manca il freddo della montagna, mi sa”

“Urca, ma allora è lassù tutto da solo e malato? Poveretto”

“Eh sì. Ma io lo vado a trovare 2 volte a settimana, eh. Con la corriera ci si mette niente. Ci puoi andare anche te, se vuoi. Gli farebbe tanto piacere. Davvero tanto”

“Ah… Anche a me farebbe piacere. Ma…” la guardai dubbioso

“Ma cosa?”

Ma… non è che la malattia brutta me la piglio anche io?”

Dopo 20 minuti di rassicurazioni e una notte di riflessione, la mattina dopo presi posto sulla corriera. Il viaggio era lungo e la gente, già poca, a ogni fermata si faceva sempre meno. Contavo mentalmente i paesi che mi mancavano a ogni sosta: Villar Perosa, Perosa Argentina, Balma, Villareto, …

Alla fine sul bus rimanemmo solo io, una vecchia madama con due borse grosse quanto lei e una famigliola felice con un bambinetto che non avrà avuto 6 anni, il quale continuava a guardarmi di soppiatto e ridere quando, senza farmi vedere dai genitori, gli facevo le boccacce.

Scendemmo tutti assieme, a Depot. La famigliola con i suoi cestelli da picnic proseguì nella strada lungo valle, mentre io dopo non poca esitazione mi incamminai verso la montagna seguendo le indicazioni che dicevano Pracatinat e il profilo curvo dell’anziana signora. Solo dopo che uscimmo dal paese per salire entrambi su un sentiero in dolce pendenza mi resi conto che stavamo probabilmente andando nello stesso posto e, preso da vergogna per non averci pensato prima (concentrato com’ero sulle mie preoccupazioni su dove stavo andando, su come avrei trovato Carlén e cosa mai gli avrei mai detto), offrii all’anziana un aiuto a portare le borse.

Aiuto che lei accettò di buon grado, assieme alla mia compagnia lungo la strada.

Chiacchierammo un po’, mentre salivamo pacificamente circondati dai boschi di conifere.

Mi raccontò che stava andando a trovare l’anziana sorella, come faceva tutti i sabati ormai da 6 mesi. Anche lei era stata molto male, per la stessa malattia di Carlèn.

Nel suo caso, tuttavia, non era stato un evento improvviso quanto un lento peggioramento di quella che all’inizio era sembrata essere solo una tosse da fieno, come le capitava tutti gli anni attorno all’inizio della primavera. Era stata ricoverata a lungo, in città, e i medici le avevano espressamente proibito di vedere chiunque per quasi un mese. Avevano rischiato seriamente entrambe di morire, la sorella per quella malattia ai polmoni e lei di crepacuore dalla paura. Non erano mai state separate tanto a lungo da quando a 4 anni la sorella l’aveva lasciata per andare in vacanza in colonia. Anche dopo che si erano entrambe sposate erano andate a vivere una di fianco all’altra e si vedevano tutte le mattine e le sere. Mentre me lo raccontava, il suo volto si tinse di un’espressione così viva e sofferente che avrei voluto abbracciarla come se fosse stata la nonna mia.

Adesso andava meglio, la malattia stava lentamente passando e grazie all’effetto dell’aria buona di quel posto, la povera malata adesso aveva anche ricominciato a camminare un po’, anche se a parlare a lungo faceva ancora fatica. Ma quello non era un problema, disse: “perché tanto quando la vado a trovare ho talmente tante cose da raccontare che parlo io per tutte e due e lei salva il fiato, che le serve”

Per tutta la salita, distrattamente, mentre ascoltavo avevo osservato vari piloni ferrei, enormi, come grossi monoliti industriali, sparsi lungo la strada che percorrevamo con enormi fili tesi tra loro. Ma fu solo ormai dopo un quarto d’ora buono di cammino, mentre sbuffavo sotto il peso delle borse, che vidi appesa ai fili la cabina della funivia e mi resi conto di cosa fossero davvero quelle strutture.

Mi scoprii ad essere infastidito: mi sarei potuto evitare la camminata, le borse, la fatica? Perché la mamma di Carlén non mi aveva detto niente? E se la signora voleva soffrire in salita, perché aveva deciso che anch’io avrei dovuto subire la stessa sorte?

Contenendo appena il fastidio nella voce, chiesi spiegazioni alla mia compagna di viaggio che si girò improvvisamente a guardare la piccola cabina rossastra con sorpresa.

“Quella? Ah, ragazzo mio, quella non funziona più da un sacco di tempo. E credimi, è meglio così. Non ci saresti voluto salire, su quella trappola mortale. Meglio le gambe”

La guardai con fare perplesso

“Eh, te non te lo ricordi perché sei giovane. Aveva fatto scalpore, ai tempi. Era una primavera di 8, forse 10 anni fa. Ma non una primavera bella come quella che stiamo avendo ora, no. Una di quelle cattive, che sembra che l’inverno non se ne voglia andare e il vento soffia un’aria gelida tutto il tempo con raffiche che spazzano i campi e ti entrano nelle ossa. Ne era venuta di neve, mi ricordo. Sembrava non dovesse smettere mai.”

Fece un sospiro

“Un’annata sfortunata, quella. Solo disgrazie. E tra le disgrazie, era arrivata anche la notizia che era caduta questa qua” e indicò col mento la piccola cabina rettangolare. All’improvviso, guardandola bene, mi sembrò essere molto più vecchia e pericolante di quanto mi fosse sembrata al primo sguardo.

“Una brutta storia. Per fortuna non ne morì nessuno, dei sette che c’eran dentro, ma in quei giorni a ogni messa si faceva la preghiera per loro. E poi scoppiarono le polemiche, i giornali iniziarono a chiedere della manutenzione, della sicurezza… Per cui quelli del sanatorio lassù decisero che non ne valeva la pena e l’abbandonarono del tutto”

Mentre raccontava si era fermata a guardare in alto verso il grosso pilone d’acciaio che torreggiava sopra di noi, la montagna dietro. Poi si girò verso di me e con un mezzo sorriso sdentato mi disse: “Per cui, ora si cammina. Su, forza”

Non me l’aspettavo così grande. Pensavo che alla fine della strada avrei trovato una palazzina anonima e sgangherata, perchè così ero abituato a pensare agli ospedali della zona mia. Invece ero di fronte a un solido palazzo che si estendeva su 4 piani tagliando di netto la pendenza della montagna, come a voler imporre la sua presenza. Lo stile classico e un po’ demodé, con quella facciata ocra e bianca, mi faceva venire in mente un hotel, come quelli che avevo visto lungo la riviera ligure. Uno di quelli di un certo lusso, sul lungomare, il cui passato glorioso aveva però lasciato il posto a un presente mediocre e che ora invece di ricchi industriali ospitava le numerose famiglie della borghesia cittadina.

Questa impressione era soltanto rafforzata dal grande balcone antistante il palazzo dove su lunghe file erano posizionate sedie e gazebo, tra cui si aggiravano una dozzina di persone, alcune (poche) in abiti civili ma la maggior parte vestite di bianco.

Circondato da enormi prati verdi, col bosco dietro e la vista delle montagne di fronte, quello che avevo di fronte era veramente uno spettacolo.

Ma quello che lo rendeva davvero particolare era che lo stesso spettacolo si ripeteva identico girandomi alla mia sinistra. Un’immagine speculare: due palazzi, due balconi, stessa quantità di gente e di sedie. Tutto uguale. Mentre salivo avevo pensato di stare avendo un malore e di stare vedendoci doppio.

Era stata la mia compagna di viaggio a spiegarmi pazientemente che era stato fatto apposta: un palazzo per gli uomini e uno per le donne, identici. Visto che la gente ci doveva stare tanto a lungo (mesi, qualche poveretto anche per anni), viverci, lavarsi, non si poteva fare altrimenti.

Adesso che ero finalmente lì davanti, all’ingresso, sentii però la paura, fino ad allora sopita, che si risvegliava in me. Sentire che l’anziana signora ci era venuta tutte le settimane da mesi mi aveva tranquillizzato un poco, in aggiunta a tutte le rassicurazioni della mamma di Carlèn.

Però ora, sapere che stavo per entrare in un posto pieno di malattia, una malattia che aveva costretto tutti quelli che avevo sentito (Carlèn, la sorella della vecchietta) a stare in cura per mesi e a doversi isolare da tutti…

E poi non sapevo neanche da dove iniziare a cercare il mio amico. Magari non era neanche qui, sua mamma mi aveva detto il giorno prima che ogni tanto adesso che stava meglio, quelli della struttura lo lasciavano anche andare a fare qualche camminata nei prati d’intorno per passare il tempo e godersi il primo sole primaverile.

No, era meglio andare via. Era stato un errore.

Stavo per girarmi e correre di nuovo verso valle, sbloccandomi dalla mia paralisi, quando sentii una voce familiare: “Urca, ma mi cadano gli occhi se quello non lo conosco. Mattia!”

Al sentire il mio nome, mi girai d’istinto. Eccolo lì, di fronte a me. Carlèn.

Ci sedemmo a parlare sul balcone di fronte alla struttura, proprio davanti alla ringhiera che ne bloccava la fine separandola dallo strapiombo sul prato sottostante, sotto il pigro sole mattutino che lentamente aveva iniziato a scaldare la mia pelle pallida. Mentre parlava, osservavo attentamente Carlèn: era cambiato da quando l’avevo visto, ormai più di due mesi prima. Era dimagrito, vistosamente, rispetto all’immagine che mi ricordavo. Sembrava che lo avessero sgonfiato, come un pallone da calcio troppo usato, e soprattutto in volto la pelle gli si afflosciava addosso evidenziando ancor di più gli zigomi affilati e il naso a patata che già prima lo contraddistinguevano. Le braccia che agitava nervosamente, tutto preso mentre mi parlava, adesso più che tronchi di quercia sembravano dei fasci di ramoscelli.

Ogni tanto si doveva interrompere perché tutto preso dall’agitazione e dall’emozione si dimenticava di prendere fiato e si doveva fermare un secondo, per poi ripartire in quinta dopo qualche secondo di silenzio e respiri profondi.

Però, nonostante il suo corpo mostrasse i segni delle fatiche che aveva sopportato e del lungo ricovero in ospedale che mi aveva descritto nei minimi dettagli, giorno per giorno, comunque aveva un aspetto sereno.

Stava bene lì, mi disse. Dopo l’ospedale, tutti quei giorni chiuso in una stanza senza vedere nessuno se non dottori e infermiere mascherati, arrivare lì e trovare il sole, i prati e le montagne era stata una benedizione. In ospedale gli avevano evitato la morte, disse, ma era lì che gli avevano ridato la vita.

Da quando era arrivato era andata sempre meglio, si sentiva sempre più fiato in petto e più forze. Andava tutti i giorni a camminare dietro il sanatorio, lungo il sentiero in salita e ogni volta poneva una pietra fin dove arrivava. Ogni giorno quella pietra saliva un po’ di più, talvolta di qualche passo e talvolta di diversi metri. Così vedeva e segnava i suoi progressi. Aveva deciso che il giorno in cui avrebbe portato la pietra fino in cima sarebbe stato guarito del tutto e l’avrebbero lasciato tornare a casa.

Rimanemmo a parlare a lungo, su quella terrazza. Aveva una voglia matta di parlare, Carlèn. E per quanto mi piacerebbe pensare che questo fosse dovuto a uno speciale legame che avevamo sempre avuto segretamente, sapevo che, se lì non fossi stato io ma una qualsiasi altra faccia amica, la sua reazione sarebbe stata uguale.

Il personale era cordiale, gentile e l’aveva aiutato tanto soprattutto i primi giorni. La quantità di attenzioni che gli avevano dedicato e la cura che si erano presi di lui l’avevano commosso e imbarazzato, abituato com’era a stare ben lontano dal centro dell’attenzione.

Però era solo, lì. I pazienti erano pochi: una decina scarsa e tutti molto più vecchi di lui, oltre che spesso in condizioni peggiori per gli effetti della malattia. C’era il palazzo femminile sì, ma i contatti non erano visti di buon occhio dal personale e lui non voleva creare problemi o pettegolezzi che potessero poi scendere a valle.

Per questo fu tanto difficile salutarlo. Fu soltanto quando lo chiamarono per il pranzo che mi decisi ad andarmene. Eravamo rimasti gli unici sulla terrazza a osservare i ghiacciai in lontananza, soddisfatti sotto il tiepido calore del sole di mezzogiorno. 

Prima di salutarci smettemmo un attimo di parlare e rimanemmo un attimo così, assieme, ad ascoltare il silenzio che si spargeva nella valle sotto di noi.

In paese non dissi niente a nessuno. Sua mamma non voleva: aveva paura che una volta svelata la natura della malattia del figlio, quella parola così terrificante “tubercolosi”, diventasse un’etichetta che si sarebbe portato addosso per sempre. Meglio lasciar correre le voci, che si coprissero e confondessero tra loro.

Tornai solo un’altra volta a trovare Carlèn, circa un mese dopo.

Quella volta parlammo poco. Mi propose di andare a camminare e, dopo aver ottenuto l’assenso da parte di un impettito uomo in camice bianco, mi portò lungo il sentiero dietro l’edificio. Camminammo lentamente, più volte dovetti accorciare il passo per stare con lui. Per tutto il percorso non dicemmo una parola. Ci accompagnavano soltanto i suoni della natura, il suo respiro affannato e il mio, più regolare.

A un certo punto si chinò, raccolse una grossa pietra ovale in mezzo al sentiero e se la mise in tasca con un mezzo sorriso, poi riprese a camminare.

Man mano il suo respiro si fece sempre più rapido e il suo passo sempre più lento, ma non osavo dirgli di fermarsi, avevo paura di rompere il silenzio. Gli stavo soltanto al fianco, sperando che la mia presenza fosse abbastanza.

Dopo poco, mi prese il braccio, segnalandomi di fermarmi, e si sedette sul bordo del sentiero. Era sfinito. Guardandolo, all’improvviso provai un senso di vergogna al sentirmi così bene, senza neanche una goccia di sudore di solidarietà.

Ma Carlèn non guardava me. Tirò fuori la pietra dalla tasca e ci giocherellò un poco, lanciandosela da una mano all’altra mentre il fiato si faceva sempre più regolare.

Alla fine, si alzò la poggiò con meticolosa attenzione sul sentiero e poi guardò in alto. “Domani” sussurrò.

Poi scendemmo.

di Michele Brignolo

- Tag:

Articoli correlati

Cerca



Newsletter